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Si apre a New York il processo al narcoboss messicano El Chapo. Miti e leggende
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Articolo di Redazione
5 novembre 2018 12:10
 
 “Meglio una tomba in Colombia che una prigione negli Stati Uniti”, era scritto sulla moneta dei cartelli colombiani negli anni ‘80. L’ex-barone della droga messicana Joaquìn Guzmàn, detto “El Chapo” (trad. il tarchiato, il tozzo) in virtù della sua figura, per l’appunto, tarchiata, estradato in Usa a gennaio del 2017 e il cui processo inizia a New York oggi 5 novembre, non direbbe sicuramente il contrario. “Soffro tutti i giorni di mal di testa, vomito pressoché tutti i giorni – scriveva a febbraio, dalla sua cella in una prigione di Manhattan, al giudice incaricato del suo dossier, Brian Cogan -. Vivo un calvario ventiquattro ore su ventiquattro”. Con 17 capi d’accusa, Guzmàn, 61 anni, rischia l’ergastolo, ma non la pena di morte: l’accordo per l’estradizione dal Messico la esclude.
Sembrano altri tempi, El Chapo conquistatore, romantico, miliardario e sanguinario, che comandava per un quarto di secolo il cartello di Sinaloa, uno dei più potenti del Pianeta, e che ha ispirato serie televisive del mondo occidentale oltre che i narcocorridos, ballate messicane che raccontano le storie in armi dei capi dei cartelli. La sua immagine di self-made man, che aiuta i diseredati e schernisce i potenti, in modo consistente. Nato nel 1957 in una famiglia povera di un villaggio delle montagne dello Stato di Sinaloa, sulla costa del Pacifico, da piccolo venditore ambulante è stato diversi anni nella classifica degli uomini più ricchi e influenti del Pianeta per la rivista “Forbes”, con una fortuna stimata in 4 miliardi di dollari.
Facendo di lui il secondo uomo più ricco del Messico, dietro il business man Carlos Slim… Le sue evasioni rocambolesche (nel 2001 in un cesto di vestiti sporchi o camuffato da ufficiale di polizia, le diverse versioni, e nel 2015 attraverso un tunnel di 1,5 chilometri scavato sotto la sua cella) sono state anche alimentate di leggende, mostrando il suo potere di corruzione delle autorità messicane. Definitivamente screditate grazie alla sua seconda evasione, le autorità non avuto altra scelta che accettare la sua estradizione verso gli Stati Uniti.
Processo straordinario
Al momento del suo secondo arresto, nel 2014, Guzmàn aveva esportato più di 500 tonnellate di cocaina solo in Usa, primo Paese consumatore del Pianeta, facendo diventare il suo cartello, un impero con ramificazioni europee e asiatiche, il più grosso trafficante di droghe al mondo. “Io ho fornito più eroina, metamfetamine, cocaina e marijuana rispetto a qualunque altro nel mondo – si vantava dopo la sua seconda evasione, in un suo incontro con l’attore americano Sean Penn-. Ho una flotta di sottomarini, di aerei, di camion e di navi”. In un suo articolo per la rivista “Rolling Stones”, la star holiwoodiana lo compara a Tony Montana di “Scarface” e lo descrive come un tipo “sorridente” e con un “innegabile carisma”. E’ grazie all’intercettazione dei messaggi scambiati con l’attrice americo-messicana Kate del Castillo, che aveva organizzato l’incontro con Sean Penn, che si è riusciti a localizzare e poi arrestare El Chapo, l’8 gennaio 2016.
Oltre il traffico di droga, è anche accusato dalla giustizia americana per furti, possesso di armi e riciclaggio di denaro, e per aver fatto ricorso a dei “sicari” che “hanno commesso centinaia di atti violenti, compresi assassinii, aggressioni, rapimenti e torture”, dice nel dettaglio l’atto di accusa. Nel processo che si apre oggi 5 novembre a Brooklyn, i procuratori federali sostengono di potere attribuire a El Chapo la responsabilità di 33 morti, e ritengono di prendere in considerazione un numero molto più alto di cadaveri (forze dell’ordine o disertori) che il cartello ha lasciato nel suo passaggio. Il processo è in linea con l'accusato: fuori norma. I giurati resteranno anonimi, per sicurezza e per evitare qualunque tentativo di intimidazione: un giudice federale messicano incaricato in merito è stato assassinato ad ottobre del 2016. La selezione dei giurati, che comincia oggi 5 novembre, verrà fatta sotto l’occhio di una telecamera.
Una massa di prove
Almeno sedici testimoni, rivali o ex-luogotenenti di El Chapo, dovrebbero essere chiamati alla sbarra nei quattro mesi del processo. I procuratori hanno incluso nel dossier 117.000 registrazioni audio e 14.000 pagine di documenti e fotografie. A fine ottobre, sopraffatta e incapace di elaborare questa massa di prove, la difesa di Guzmàn ha tentanto di rinviare ancora un volta il processo. Il giudice che aveva già accettato degli aggiornamenti, questa volta non ha ceduto. Gli avvocati stimano ugualmente di non avere i mezzi per preparare correttamente la loro difesa. Numerosi elementi, come i nomi della maggior parte dei testimoni chiamati a comparire, sono intrecciati nei documenti ufficiali. El Chapo si è dichiarato non colpevole, e i suoi avvocati vogliono presentarlo come un semplice “luogotenente” dell’organizzazione.
La giustizia americana, per la quale Guzmàn ha preso il posto di Bin Laden dopo la sua morte come l’uomo più ricercato, non ha lasciato niente al caso. La logistica del suo processo è un rompicapo per la città di New York. Per ogni udienza preliminare, il trasporto di Jioaquìn Guzmàn, recluso nell’ala 10 South della prigione di alta sicurezza del Metropolitan Correctional Center, a Manhattan, ha bisogno del blocco del ponte di Brooklyn creando dei grossi imbottigliamenti del traffico. Gli avvocati di El Chapo, ritenendo che questo “spettacolo” porti pregiudizio al loro cliente, hanno chiesto il suo trasferimento in un altro penitenziario di Brooklyn, oppure che il processo si tenga a Manhattan. La giustizia americana, al momento, non ha reso pubblica la sua decisione in merito. Recluso ventitre ore su ventiquattro nella sua cellula, El Chapo non può vedere altri che i suoi avvocati e le sue gemelle di 7 anni. Anche sua moglie, l’ex-regina di bellezza Emma Coronel Aispuro, non può visitarlo. Non proprio come le sue condizioni di detenzione in Messico.. Secondo la giornalista messicana Anabel Hernandez (autrice del libro “Narcoland”), nella sua cella di Puente Grande, Guzmàn organizzava feste e riceveva prostitute, alcool e pasti che gli venivano portati da dei ristoranti lì vicini.

(articolo di Isabelle Hanne, pubblicato sul quotidiano Libération del 05/11/2018)
 
 
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