Anche se non ce n’era bisogno, il presidente colombiano Gustavo Petro ha ricordato nei giorni scorsi che la cocaina non è più dannosa del whisky, e che è illegale perché prodotta in Paesi disgraziati come il suo e non in Paesi ricchi come Usa e Regno Unito.
Purtroppo, questa consapevolezza è appannaggio di una “limitata” minoranza di persone che, da decenni e decenni, non fanno che ricordare come i danni del proibizionismo sulle droghe non sono solo le droghe, ma il divieto delle stesse.
Una minoranza di persone che, per scelta o coinvolgimento più o meno diretto, ha avuto a che fare col proibizionismo ed ha maturato l’opzione “legallizzatoria”. Sia a livello individuale che collettivo, come il nostro presidente colombiano… che non è il primo, ma ha fatto più notizia perché, mentre diversi suoi colleghi si sono spesi per la cannabis (anche il presidente Usa Donald Trump), lui ha “osato” con la cocaina.
La sostanza non cambia l’approccio, perché la questione è se prodotti di consumo richiesti debbano essere offerti clandestinamente o meno. Quando questi prodotti sono clandestini, il mercato si organizza dando spazio a delinquenti per il commercio e disperati per la produzione. Quando sono legali, come accade ovunque per tabacco e alcol e in quei pochi Paesi in cui si è legalizzata la cannabis ad uso ricreativo, si mettono in moto i classici meccanismi di produzione e commercio libero (come in Usa e Canada, per esempio) o statali (come in Uruguay e in parte in Germania). I mercati illegali non spariscono, ma subiscono grandi flessioni che portano ad un forte ridimensionamento dei mercati illegali (significativo è quanto accade in Canada dove il mercato legale della cannabis, tale solo dal 2018, è già maggiore di quello illegale), mercati che comunque, come avviene per alcol e tabacco, è difficile che facciano sparire totalmente la clandestinità.
Questi sono i ragionamenti che hanno portato il presidente colombiano ad “osare” con le sue dichiarazioni, pur col pericolo di inimicarsi molti suoi partner economici dove l’approccio con qualunque droga illegale porta a nefaste conseguenze per i consumatori (si pensi a Russia e Cina).
Ci vengono in mente i proibizionisti italiani, che usano il trucchetto del codice della strada per punire qualunque tipo di consumo di sostanze che altrimenti non sarebbero punibili. Gli stessi che, per esempio, stanno minacciando ferro e fuoco contro l’Ue che discute se mettere o meno degli avvisi sanitari sulle etichette del vino. E’ solo questione di soldi, ché gli abusi, di vino o di canne, fanno male uguale… ma la cannabis fa più male solo perché chi la vende è la delinquenza.
Crediamo che Gustavo Petro abbia buone ragioni, non solo per la sua Colombia, ma per tutto il mondo e per tutte le sostanze.
Ora si tratta di capire se c’è sufficiente serenità per confronto scientifico, umano e politico. Allo stato, in un’Italia che vive di slogan e preconcetti, e dove chi dice che non è così considera il problema droghe come marginale, la strada è molto irta.
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