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Vinitaly. Cultura, istituzioni e politica del proibizionismo. Come andare oltre
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Articolo di François-Marie Arouet
10 aprile 2022 14:06
 
 La Fiera di Verona, dopo due anni di chiusura per covid ha riaperto le porte del Vinitaly, salone internazionale del vino e dei distillati: 4.400 espositori, convegni, degustazioni. In contemporanea Enolitech, salone delle tecnologie per produzione di vino, olio e birra.
Alla base di questa economia per cui il nostro Paese eccelle, c’è una sostanza, l’alcool. Storicamente presente in molte culture con l’eccezione più rilevante di quella islamica. Sostanza notoriamente inebriante, riconosciuta nell’alto consumo tra le principali cause di malattie e morte in tutto il modo. Per questo all’inizio del secolo scorso molti Paesi decisero di vietarla (1): il cosiddetto proibizionismo. Come conseguenza, economia, umanità, socialità, ordine pubblico e sanità stavano per esplodere perché i consumi clandestini continuavano e la produzione era in mano ad una delinquenza organizzata in grado di corrompere e/o fronteggiare qualunque istituzione. Chi prima chi dopo decise che era meglio che l’alcool fosse legale. Via via nel tempo l’alcool tornò pesantemente in queste culture ed economie, fino al giorno d’oggi dove in molti Paesi sono attivissime le campagne di valorizzazione della sostanza trattata, nonché di informazione e dissuasione di consumi problematici. E’ diventato un dato di fatto, istituzionale ed umano, che la persona può sentire necessità di inebriarsi, financo farsi male, è che vietarglielo non è possibile, pena… proibizionismo docet.

Per l’alcool, al pari di tanti altri prodotti alcolici in varie parti del mondo, Vinitaly è simbolo per l’Italia, con un prodotto eccellenza in continua lotta coi cugini francesi e spagnoli per chi sarebbe più bravo al mondo.
Su produzione e consumo di alcool si basano economie che coinvolgono milioni di imprese e lavoratori, tutte con legami territoriali e culturali che, se a qualcuno oggi venisse in mente un proibizionismo tipo quello del secolo scorso, non solo non sarebbe preso in considerazione, ma sarebbe giudicato irresponsabile/folle.

Nel mondo ci sono tante sostanze inebrianti e pericolose. Sempre tollerate o leggermente contrastate. C’è stata una “sbornia” di proibizionismo ideologico, economico e culturale con l’apice a partire dal 1972 con la “war on drugs” del presidente Usa Nixon. Proibizionismo che, in scala maggiore rispetto a quello della prima parte del 900, ha alimentato delinquenza organizzata, pericoli sanitari e problemi sociali, consegnando interi Paesi (per esempio il Messico) nelle mani di bande/eserciti di criminali che hanno supporto in tutte la mafie del mondo. Paesi più deboli economicamente oggi riescono a non soccombere totalmente grazie all’economia del proibizionismo (esempio più eclatante è l’Afghanistan).

Alla fine del secolo, nei Paesi occidentali, è cominciato un approccio di riduzione del danno per le sostanze cosiddette pesanti e legalizzatorio al pari dell’alcool per la cannabis, terapeutica e ricreativa. Oggi la legalizzazione della cannabis è realtà diffusa o nelle agende di molti Paesi, con l’eccezione di alcuni regimi autoritari tipo Russia e Cina. Dove la legalizzazione è realtà c’è stato grande risvolto sociale ed economico su tutto il territorio: il business della cannabis legale è nelle principali Borse e aziende emergenti si affermano. Il “saldo sanitario” di questo fenomeno è a totale vantaggio della legalizzazione: “legale è più sano”.

A questo punto, una domanda: Perché Vinitaly, cultura ed economia dell’alcool, devono far parte del nostro quotidiano e non altrettanto per la cannabis (come partenza per tutte le sostanze demonizzate in questo ultimo secolo)?
Il superamento di questa contraddizione non sembra essere culturale ma ideologico: questo stato mentale ed istituzionale non si vuole modificare per timore di perdere le rendite di posizione conquistate col proibizionismo. Qui è importante la politica: scienza e pratica in grado di far comprendere e modificare lo status quo quando quest’ultimo non risponde più alla bisogna della comunità. Metodo che, in ambito di regime democratico e pluralista, non è patrimonio di un approccio o di un altro, ma di chiunque ritenga importante difendere ed affermare questi valori.


1- Tra questi Stati Uniti (1920-1933), Finlandia (1919-1932), Norvegia (1916-1927), Canada (1901-1948), Islanda (1915-1922) e Impero russo prima e l'URSS poi (1914-1925).

 
 
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