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Narcotraffico. Il vicepresidente venezuelano nella lista nera degli Usa
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Articolo di Redazione
14 febbraio 2017 14:57
 
Il vicepresidente del Venezuela e’ entrato a far parte della lista nera dei narcotrafficanti Usa. Il Dipartimento del Tesoro ha incluso Tareck El Aissami nel gruppo dei perseguibili per il “suo significativo ruolo nel narcotraffico internazionale”, ingresso che converte il politico venezuelano tra i piu’ ricercati da Washington. Le agenzie che hanno contribuito a questa decisione hanno rilevato che si tratta di una iniziativa contro una singola persona, non contro il governo, e che e’ frutto di una “accurata indagine”. Ma con questo passo l’amministrazione di Donald Trump apre un nuovo fronte in America Latina e raddoppia la pressione su Caracas rispetto a come gia’ la faceva Barack Obama.
Insieme al vicepresidente venezuelano, nella lista dei ricercati figurano l’impresario venezuelano Samark José Lopez Bello, che Washington considera come la testa di ferro di El Aissami, e 13 impresari “in collaborazione o controllati da Lopez Bello” o da sue associazioni. Le compagnie hanno sede in Usa, Panama, Regno Unito, Venezuela e nelle Isole Vergini Britanniche.
Le sanzioni riguardano la legge Kingpin, emanata nel 1999, con l’intento di bloccare le attivita’ di persone o organizzazioni straniere sospettate di avere rapporti con il narcotraffico e che rappresentano una minaccia per gli Stati Uniti. Questo implica il congelamento di tutti i beni e redditi che le persone segnalate hanno sul territorio statunitense, tipo il divieto, per i cittadini Usa, di fare transanzioni commerciali con le persone implicate. Fonti del governo Usa fanno sapere che la stima dei beni dei perseguiti in Usa, specialmente nella zona di Miami, sono di “decine di milioni di dollari”. Florida, e piu’ esattamente Miami, e’ una zona preferita dall’oligarchia che e’ fiorita all’ombra dell’ideologia chavista, i cosiddetti boulibugueses.
Un’iniziativa con forti connotazioni politiche
Le autorita’ Usa hanno tenuto a precisare che l’indicazione di El Aissami e’ una decisione “contro una persona, non contro un governo”. Si tratta “della fine di un’indagine di vari anni nell’ambito della Legge Kingpin per identificare i narcotrafficanti importanti in Venezuela e dimostrare che il potere e i condizionamenti non proteggono coloro che operano illegalmente”, dice un comunicato dello specifico ufficio del Dipartimento del Tesoro, OFAC, a firma John Smith. “Il messaggio di questa indicazione non e’ politico ne’ economico ne’ diplomatico; si tratta di andare contro il narcotraffico”.
Ma niente esclude le molteplici e gravi implicazioni politiche di una decisione che vede gli Usa prendere di mira il secondo uomo di maggior potere in Venezuela e potenziale successore di Nicolas Maduro nell’ambito del governo.
Una settimana fa, 32 parlamentari, deputati e senatori sia repubblicani che democratici, hanno firmato una richiesta del senatore democratico Bob Menendez e della deputata repubblicana Ileana Ros-Lehtinen, in cui chiedono a Trump che imponga nuove sanzioni “immediate” ai funzionari venezuelani “responsabili di violazioni dei diritti umani e di corruzione”, inclusi “quelli presumibilmente coinvolti nella crisi alimentare venezuelana”. I parlamentari reclamano anche che le agenzie statunitensi “indaghino in forma esaustiva” la “condotta e l’attivita’” del nuovo vicepresidente venezuelano El Aissami, in virtu’ di informazioni che connettono il numero due venezuelano a “corruzione, narcotraffico, e rapporti con organizzazioni terroristiche in Venezuela”.
Uno dei firmatari, il senatore repubblicano della Florida Marco Rubio, ha commentato le sanzioni contro El Aissami ed ha manifestato la sua speranza che siano “solo l’inizio per assicurarsi che il regime di Maduro si senta pressato per porre fine alle sue attivita’ illegali, liberare tutti i prigionieri politici, cominciare a tollerare il dissenso e rispettare la volonta’ dei venezuelani che hanno votato perche’ sia abbandonato il disastroso cammino di Hugo Chavez e Maduro”.
Rubio, insieme al democratico Menendez, e’ coautore della legge che alla fine del 2014 apri’ la porta a sanzioni contro funzionari venezuelani da parte di Washington durante il governo di Obama. Grazie a questa legge sono state emesse una serie di normative a marzo del 2015, che servirono a segnalare sette alti funzionari venezuelani responsabili della sicurezza e della giustizia del governo di Maduro in quanto responsabili del “degrado dei diritti umani” nel Paese. In seguito alla reazione di Caracas, il presidente democratico proclamo' una “emergenza nazionale” rispetto al Venezuela, strumento che permise all’Esecutivo, in determinate circostanze, di andare molto oltre di quanto deciso dal Congresso in merito alle sanzioni per il Paese.
Venezuela nel mirino di Trump
A differenza del Messico, il Venezuela non e’ stato nella retorica degli attacchi di Trump. Ma e’ un Paese per il quale il presidente repubblicano si e’ interessato diverse volte anche se in modo piu’ discreto.
Un mese prima di entrare in carica come presidente, Trump aveva ricevuto nella sua Tower di New York, un gruppo di ispanici, tra cui l’ambasciatore del Guatemala a Washington Julio Ligorria. In quell’occasione, da quanto risulta al quotidiano El Pais, il magnate mostro' un particolare interesse per il Paese sudamericano: Trump pose attenzione sul Venezuela e si interesso' in modo specifico della situazione di due oppositori politici incarcerati dal governo di Nicolas Maduro, Leopoldo Lopez e Antonio Ledezma.
Negli ultimi tempi il Venezuela e’ diventato argomento di discussione nella Casa Bianca. Secondo il comunicato ufficiale dell’Amministrazione Trump, durante la visita che lo stesso Trump aveva iniziato domenica dal presidente peruviano Pedro Pablo Kuczynski, “ha manifestato la sua preoccupazione per quanto accade in Venezuela, inclusa la situazione umanitaria di questo Paese”. Trump ha anche detto di “essere preoccupato per il Venezuela anche quando ha parlato, il sabato prima, col suo omologo colombiano, Juan Manuel Santos.
L’interesse di Trump per il Venezuela potrebbe avere un carattere personale. Uno dei club privati di lusso che il magnate diventato presidente ha in Florida, e’ a Doral, popolarmente conosciuta come “Doralzuela” per la quantita’ di venezuelani che vivono in questa zona, situazione che lo avrebbe sensibilizzato di piu’ sulla situazione del Paese sudamericano.
Ma Trump non e’ l’unico della nuova amministrazione statunitense con rapporti con il Venezuela. Il nuovo segretario di Stato, Rex Tillerson, ha anche lui un conto pendente con il governo chavista. Il texano era capo della compagnia petrolifera Exxon Mobil quando l’allora presidente Hugo Chavez nazionalizzo’ l’industria petrolifera nel 2000, fatto che provoco’ grandi perdite ala compagnia diretta da Tillerson. Entrambi finirono davanti ai tribunali internazionali e, alla fine, Exxon Mobil accetto’ un accordo di 1.600 milioni di dollari, molti meno dei 10.000 milioni che aveva stimato di aver perso inseguito alla manovra del Governo.

(articolo di Silvia Ayuso, pubblicato sul quotidiano El Pais del 14/02/2017)
 
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