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Droga. Proibizionismo e legalizzazione in Asia e Africa
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Articolo di Redazione
24 luglio 2017 17:08
 
 Africa ed Asia sono i due continenti piu’ restrittivi per la legislazione sulla cannabis per qualunque uso, ludico o medico che sia. Questa attitudine proibizionista ha in se’ due grandi paradossi. Il primo, che la cannabis si considera originaria del centro e sudest asiatico e questo e’ documentato dal suo uso per 5 mila anni. Il secondo, che alcuni dei principali produttori mondiali sono nella regione. L’India e’ tra quei Paesi con maggiori conseguenze rispetto a questa tradizione e, in quanto a consumo e possesso di questa droga, chiamata ganja, che e’ illegale a livello federale, dentro vari Stati e’ depenalizzata, si coltiva in modo estensivo, e si puo’ comprare anche in alcuni punti istituzionali. Cambogia, Myanmar e Bangladesh hanno situazioni similari. La legge e’ dura, con pene carcerarie, ma il consumo e’ talmente diffuso che la polizia non lo considera una priorita’.
Lo stesso si puo’ dire delle Filippine dopo l'ingresso al potere di Rodrigo Duterte, nel 2016, ma la sua guerra contro i trafficanti ha trasformato il consumo di marijuana in un’attivita’ a rischio. Isreale e’ l’unico Paese dell’Asia dove c’e ‘un uso medico chiaro. Dal 1992 concede permessi a pazienti reali per coltivare e consumare, e nel 2007 ha dato il via ad un programma che consente trattamenti in geriatria. Quest’anno e’ stato avviato al Parlamento un dibattito per decriminalizzare il possesso per uso personale. La Turchia accetta la coltivazione di cannabis per la ricerca e la preparazione di farmaci in 19 province. Il consumo e’ illegale ed e’ punito penalmente. Fuori di questi Paesi, il panorama generale e’ di repressione totale, con pene carcerarie come i sette anni del Giappone per possesso di piccole quantita’. Cina e Corea del Sud anch’essi sono molto duri. L’Afghanistan e’ a parte: il Paese lo proibisce, pero’ e’ considerato il primo produttore ed esportatore mondiale.
La cannabis e’ arrivata in Africa intorno al secolo VII, grazie a commercianti arabi ed indiani. E’ diventata parte della medicina tradizionale di alcune tribu' dell’Africa nera, ma il suo consumo e’ autorizzato solo in Sudafrica. I colonizzatori avevano proibito di coltivare e fumare la dagga sudafricana nel 1922, ma con la fine dell’apartheid c’e’ stato un vigoroso movimento per la legalizzazione, e il consumo e’ abituale. Quest’anno un tribunale di Citta’ del Capo ha considerato incostituzionale la proibizione, ma e’ ancora tutto da vedere lo sviluppo legale. I casi piu’ illuminanti sono quelli del nord dell’Africa. Secondo l’ONU, il Marocco produce il 70% dell’hashish fumato in Europa, e si contende con l’Afghanistan il posto di primo produttore mondiale, con qualcosa come circa 800 tonnellate all’anno. Regioni intere di questo Paese vivono grazie al kif, che e’ illegale, e il dibattito sulla sua regolamentazione e’ bloccato in virtu’ delle tensioni interne del Paese. Lo stesso succede in Paesi come Egitto e Tunisia, dove e’ vivo il dibattito per il recente incarceramento di due studenti che avevano fumato hashish, in un contesto in cui il suo uso e’ socialmente accettato.

(articolo di Jerónimo Andreu, pubblicato su El Universal del 24/07/2017)
 
 
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