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Pandemia da smartphone online? Storia di un'ordinaria giornata
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Articolo di Vincenzo Donvito
16 ottobre 2018 13:15
 
 Vettura della tramvia a Firenze, sedili di testa, 7 posti a sedere con altri 7 di fronte. Ore quasi 17 del 15 ottobre (1). Tutti occupati, persone varie ma tutte – 12 su 14 – con una cosa in comune: un telefonino tra le mani, in uso, non per parlare a qualcuno ma usato collegato alla Rete. Chi ha le mani altrove? Io che osservo, memorizzo e faccio una serie di valutazioni, e una signora anziana che mangia un cono-gelato. Accanto a me mia figlia dodicenne, anche lei col capo chino e gli occhi che seguono le immagini e le scritte del suo smartphone, che tiene - come gli altri – su una mano, mentre con le dita dell’altra mano compone parole con una velocità che chi – come me – non è adolescente, invidia. Porgo lo sguardo altrove, per quanto mi sia consentito di intravedere fra i corpi delle persone in piedi, e anche quelli non seduti, mentre con una mano si mantengono per non cascare, sull’altra hanno uno smartphone in uso in Rete. Ad un certo punto uno di questi telefonini squilla, ricordando la sua funzione originaria ed antica, e sembra quasi turbare l’equilibrio e la complicità di silenzio che si è stabilita all’interno della vettura. “Prossima fermata Strozzi Fallaci. Next stop Strozzi Fallaci”, gracchia la voce sgradevole che informa sul percorso, e anche questa voce da intelligenza artificiale irrompe turbando l’equilibrio di cui prima. Il tram si ferma, alcuni scendono e, mentre con la coda dell’occhio guardano dove mettono i piedi evitando di scontrarsi con altri che scendono e salgono, la testa china di 25 gradi consente al loro sguardo di continuare l’attività in Rete sullo smartphone, che alcuni portano su una sola mano, altri su due, i più “temerari e presi” continuando a digitare qualcosa. Il tram riparte, e quindi c’è qualche scombussolamento in più rispetto al suo abituale fluido procedere, ma questo non sembra turbare il costante equilibrio degli umani con smartphone in uso, e penso: avranno raggiunto una capacità di equilibrio dopo chissà quanti tentativi. Guardo mia figlia accanto, le dico qualcosa sui “7+7-2” di questo antro della vettura del tram… mi risponde ruotando le orbite degli occhi verso l’alto, con sguardo quasi da commiserazione verso chi non sa… “Prossima fermata Statuto. Next stop Statuto” gracchia la solita presunta intelligenza artificiale (2), altri si apprestano a scendere sempre con lo smartphone in uso in mano, mia figlia no, lo ripone nello zaino e mi dice: “ci prendiamo un gelato?”. Dopo il mio annuire faccio mente locale che la figliola era la più giovane di questi “7+7-2” e degli altri presenti in vettura che io potevo vedere, ed ora, scendendo, ha pensato al gelato (una buona gelateria è proprio di fronte alla nostra fermata del tram) ed ha riposto lo smartphone. “E’ ancora possibile salvarla” mi sono detto in una sorta di autocommiserazione per la mia abitudine di osservare e pensare; “sarà che è ancora molto giovane”. Nel contempo, da presunto intellettuale frustrato ho anche pensato: chissà se invece di un telefonino in mano, tutte quelle persone avessero avuto un libro e lo leggevano, chissà cosa avrei pensato.
Poco fa ho scritto un articolo sul dilagare dei farmaci oppioidi in Usa e in Francia, e sulle conseguenze pandemiche che stanno arrecando e, visto che non scrivo da medico, sulle conseguenze sociali, umane ed antropologiche che il fenomeno sta comportando. Scritto questo articolo mi sono chiesto quando ne scriverò uno sulla dipendenza pandemica dell’uso degli smartphone. La differenza c’é, ovviamente. I farmaci analgesici oppioidi si acquistano solo dietro prescrizione medica, uno smartphone non ancora. Forse siamo ancora in tempo che, pur con la loro dipendenza, in tanti possano ancora desiderare un gelato come ha fatto mia figlia.

1 – orari e data servono solo per contestualizzare, ché quanto descritto credo accada sempre, e non solo sulla tramvia
2 – una volta si chiamavano registrazioni
 
 
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