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Narcoguerra messicana: il conflitto piu’ mortale dopo la Siria. Rapporto IISS
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Articolo di Redazione
10 maggio 2017 11:16
 
 Contabilizzare il numero di vittime dei conflitti armati nel mondo puo’ riservare delle sorprese: il rapporto in materia pubblicato il 9 maggio dall’Istituto internazionale di studi strategici (IISS), un think tank accreditato con sede a Londra, fa presente che la guerra che e’ in corso tra i cartelli messicani della droga, e’ il secondo conflitto piu’ mortale in corso.
La guerra in Siria, che ha causato la morte di 50.000 persone nel 2016 e’ quella che ha fatto piu’ vittime, ma il conflitto “a basso rumore” in Messico viene proprio dopo in questa sinistra classifica con 23.000 morti: esso sorpassa, per numero di persone uccise, le guerre in Iraq (17.000 morti) e in Afghanistan (16.000 vittime).
Seguono altri Paesi dell’America Latina come Salvador, Honduras, Guatemala con, insieme, poco piu’ di 16.000 morti.
In Messico, “la violenza dilaga in virtu’ dei cartelli sempre piu’ frammentati che estendono il loro business territoriale, cercando di ‘pulire’ il territorio dai loro rivali per assicurarsi il monopolio sul transito della droga e sulle altre attivita’ criminali”, ha spiegato ieri 9 maggio John Chipman, direttore dell’IISS, sottolineando la relativa mancanza di interesse dei media e della comunita’ internazionale.
A livello del Pianeta, il numero totale di vittime dei trentasei conflitti armati recensiti, e’ diminuito nel 2016 per il secondo anno consecutivo, passando da 180.000 del 2014 a 157.000 del 2016. Il minor potere di impatto del gruppo islamista Boko Haram in Nigeria, spiega largamente questa tendenza. Nell’insieme dell’Africa sud-sahariana, il numero di morti e’ passato da 24.000 del 2015 a 15.000 del 2016.
“Contesto urbano”
Il rapporto mette in evidenza il carattere sempre piu’ urbano dei conflitti in corso: “Le persone che si spostano lo fanno sempre di piu’ verso le citta’, e altrettanto accade per i conflitti”. E’ il caso della meta’ di quelli che sono in corso, in Siria, ma anche in Libia, in Kurdistan, in Sudan del Sud e in Afghanistan: “In altri casi, i ribelli combattono nelle montagne, nelle foreste o nella giungla: ma oggi li si trova essenzialmente in un contesto urbano”.
Precisando che l’organizzazione Stato Islamico (Isi) ha perso, nel 2016, un quarto dei territori che controllava, l’IISS sottolinea “le difficolta’ dei gruppi ribelli che lottano contro uno Stato con dei mezzi militari convenzionali se non beneficiano di un sostegno popolare massiccio e/o di potenti sostegni esterni”.
Pertanto, il restringimento del “califfato” “non significa che l’Isis e’ diventato senza importanza”, prosegue il rapporto citando le milizie violente che sono comparse nella Repubblica democratica del Congo (RDC), nella Repubblica centrafricana e anche nel tranquillo Burkina Faso.
Piu’ in generale, l’IISS evidenzia la moltiplicazione dei conflitti cronici endemici, citando il Mali’, l’Ucraina e il nord dell’India dove “la mancata attuazione degli accordi di fine conflitto indebolisce (…) la prospettiva di pace e stabilita’”.
Non si tratta di conflitti bloccati ma al contrario in ebollizione permanente; ci vuole poco per alimentarli, ha spiegato Mats Berdal, professore al King’s college di Londra e coautore del rapporto.
Grazie alle indagini dedicate ai diversi Paesi, l’IISS insiste essenzialmente “sulla perdita di credibilita’ del processo di pace” in Mali, citando “l’inerzia (…), la corruzione e la governance inefficace” del governo di Ibrahim Boubacar Keita come “il prodotto della causa di una piu’ grande instabilita’”.
L’Onu deve fare di piu’ sul piano politico
Un altro capitolo del rapporto assicura che le violenze e gi altri crimini sessuali “non sono una conseguenza inevitabile della guerra” anche se vanno spesso in parallelo.
Anche se queste atrocita’ sono correnti nel conflitto in corso in Sudan del Sud, non e’ il caso della maggior parte dei venti conflitti africani studiati. Affermando che i gruppi ribelli si manifestano sempre piu’ spesso -essenzialmente nell’ambito dei reclutamenti forzati- che gli Stati, gli autori ritengono che una migliore conoscenza delle circostanze su queste pratiche, permetterebbe di reprimerle meglio. Ricorda anche che alcuni caschi blu della Nazioni Unite dovrebbero contrastrarli, ma sono indulgenti e loro agiscono indisturbati.
I passaggi piu’ critici del documento dell’IISS evidenziano le operazioni di mantenimento della pace autorizzati dal Consiglio di sicurezza dell’Onu (sedici sono in corso, coinvolgendo 117.000 caschi blu in 125 Paesi).
“I conflitti diventano inestricabili quando l’Onu si contenta di proteggere i civili in loco senza investire in risorse in vista di una regolamentazione politica”, ha stimato il professor Berdal citando il caso della RDC. “Piu’ i conflitti durano e piu’ le popolazioni si dedicano alla criminalita’ per sopravvivere”, ha proseguito denunciando “l’effetto perverso” degli interventi umanitari non sottoposti a degli sforzi di mediazione politica.

(articolo di Philippe Bernard, pubblicato sul quotidiano Le Monde del 10/05/2017)
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